
Ci sono storie che ti accompagnano durante la lettura, e poi ci sono quelle che ti restano addosso anche dopo aver chiuso il libro. Metamorfosi Verde di Patrick Lacan e Marion Besançon, per me, è stata esattamente questo: un’esperienza che non si limita a raccontare qualcosa, ma che scava, lentamente, sotto la pelle — proprio come fanno quelle foglie che iniziano a comparire sui corpi dei protagonisti.
Tutto parte in modo quasi silenzioso, ma profondamente destabilizzante: in una comunità apparentemente normale, una bambina nasce con qualcosa di impossibile, un piccolo germoglio che spunta dalla punta del suo naso. È un dettaglio minuscolo, quasi fragile, ma è sufficiente a incrinare ogni certezza. Da lì, ciò che sembra un caso isolato si trasforma rapidamente in qualcosa di molto più grande, una sorta di pandemia che comincia dai neonati e che, poco alla volta, si diffonde anche agli adulti. E mentre questa condizione diventa sempre più comune — quasi innocua sul piano fisico — è sul piano umano e sociale che esplode davvero, generando paura, divisioni, rifiuto.
L’idea di base è tanto semplice quanto destabilizzante: una mutazione misteriosa che trasforma la pelle in qualcosa di vegetale, ricoprendola di germogli, foglie, boccioli. È qualcosa che viene percepito come una minaccia, inevitabilmente, e che riporta a galla paure che conosciamo fin troppo bene. Ma la cosa che ho trovato davvero potente è che la storia non si ferma mai alla superficie dell’evento “straordinario”. Non è la mutazione il vero centro del racconto. È la reazione delle persone.
Perché Metamorfosi Verde è, prima di tutto, una storia umana.

Attraverso personaggi come Clarence, intrappolato in un dolore che si trasforma in rabbia e rifiuto, o Lucien, paralizzato dalla paura di un mondo che cambia troppo in fretta, oppure ancora la piccola Adèle, che invece quel cambiamento lo accoglie quasi come un linguaggio naturale, il fumetto costruisce un intreccio emotivo che parla di fragilità, perdita, bisogno di controllo e, soprattutto, di quanto sia difficile accettare ciò che non comprendiamo.
E mentre leggevo, mi sono reso conto che quella “metamorfosi” non ha nulla di fantastico nel senso più distante del termine. Anzi, è fin troppo reale. Perché quello che vediamo nei personaggi è esattamente ciò che succede ogni volta che qualcosa rompe il nostro equilibrio: ci difendiamo, attacchiamo, rifiutiamo, oppure — più raramente — proviamo ad ascoltare.
È qui che il fumetto diventa davvero potente, perché smette di essere solo una storia ecologica o distopica e diventa una riflessione profondissima sul nostro rapporto con la natura, sì, ma anche con noi stessi e con gli altri. La natura, in Metamorfosi Verde, non è un nemico e non è nemmeno una semplice vittima. È una presenza viva, inevitabile, qualcosa che non possiamo controllare fino in fondo e che, forse, non dovremmo nemmeno provare a dominare.
Quello che mi ha colpito di più è il modo in cui l’opera riesce a trasmettere tutto questo anche senza bisogno di parole. Ci sono sequenze in cui il silenzio parla più di qualsiasi dialogo, in cui i disegni di Marion Besançon diventano quasi sensazioni più che immagini, e riescono a restituire quella connessione profonda, quasi istintiva, tra l’essere umano e ciò che lo circonda.

E in mezzo a tutto questo, emerge una sensazione costante, sottile ma persistente: quella che forse il problema non sia il cambiamento in sé, ma la nostra incapacità di accettarlo.
Perché cambiare significa perdere qualcosa, lasciare andare certezze, mettere in discussione quello che pensavamo fosse immutabile. E il titolo non prova mai ad addolcire questa verità. Anzi, la mette davanti agli occhi del lettore con una delicatezza che, paradossalmente, la rende ancora più incisiva.
Alla fine della lettura mi sono ritrovato con una domanda che continua a tornarmi in mente:
e se questa metamorfosi non fosse una punizione, ma un’opportunità?
E se fosse un modo, forse l’unico, per riconnetterci a qualcosa che abbiamo dimenticato troppo in fretta?
È una storia che parla di paura, di perdita, di resistenza, ma anche — e forse soprattutto — di possibilità. E lo fa senza mai essere didascalica, senza imporre risposte, lasciando invece spazio al dubbio, alla riflessione, al confronto.
E credo sia proprio questo il suo punto di forza più grande: non ti dice cosa pensare. Ti costringe a farlo.
Chi è Marion Besançon?

Marion Besançon (La Ferté Macé, 1998) è fumettista, illustratrice e colorista. Originaria della Normandia e occitana d’adozione, ha studiato per tre anni alla scuola Privaut di Nantes, specializzandosi in fumetto. Nel 2015 ha vinto il Premio Claude Nougaro nella categoria fumetto. Collabora regolarmente alla fanzine L’Oreille Qui Voit.
Chi è Patrick Lacan?

Patrick Lacan, nato a Rodez nel 1969, è uno scrittore, fumettista, illustratore e pittore. Anche se da sempre affascinato dal mondo del fumetto franco-belga, per via del padre che ha lavorato nella casa editrice Dupuis, ha intrapreso la carriera d’artista dopo aver lavorato come infermiere. Selezionato ad Angoulême per il premio dedicato ai giovani talenti nel 1998 e nel 2000 e vincitore ai BD Awards nel 2000 per il suo lavoro di sceneggiatore, nel corso della sua carriera ha pubblicato su Spirou e altre riviste e firmato diversi progetti collettivi.
Si ringrazia sentitamente la casa editrice per averci fornito la copia ARC per questa recensione.
