
Ci sono storie fantasy che puntano tutto sull’epicità, altre sull’azione, altre ancora sulla costruzione di mondi complessi e stratificati. Talli. Figlia della Luna riesce, invece, in qualcosa di più sottile: utilizzare un impianto narrativo classico per raccontare una storia profondamente umana, intima, quasi dolorosa nella sua semplicità. Al centro di tutto c’è Talli, giovane discendente di una stirpe ormai quasi completamente cancellata: quella delle Invocatrici, donne capaci di evocare chimere attraverso il proprio sangue, legate alla natura e a una magia antica quanto temuta. Ed è proprio la paura, quella viscerale e irrazionale verso ciò che non si comprende, il vero motore della storia.
Fin dalle prime pagine, il lettore viene catapultato nel caos: un assedio, una fuga, una separazione. Non c’è un’introduzione lenta o rassicurante, ma un inizio brusco, che riflette perfettamente la rottura nella vita della protagonista. Talli passa in un attimo da una realtà protetta e isolata a un mondo ostile, che la cerca, la teme e la vuole distruggere. Eppure, ciò che colpisce maggiormente non è tanto la struttura – volutamente dinamica e avventurosa – quanto il percorso interiore che accompagna questo viaggio.

Talli è un personaggio che vive di contrasti. Cresciuta come una nobile, inizialmente può apparire distante, a tratti persino altezzosa, ma basta poco per scorgere le crepe: la curiosità verso il mondo, il bisogno di capire chi è davvero, il dolore di un’identità che le è sempre stata nascosta. La sua non è solo una fuga fisica, ma un lento e inevitabile confronto con sé stessa. Il suo potere, legato al sangue, è una metafora potente e tutt’altro che casuale. Non è qualcosa che può controllare fin da subito, né qualcosa che può ignorare. È parte di lei, nel modo più viscerale possibile. E in questo senso, la narrazione tocca tematiche estremamente attuali: l’accettazione del proprio corpo, della propria natura, di ciò che ci rende diversi.
Non a caso, il messaggio che attraversa l’opera è chiaro e diretto: non si può reprimere ciò che si è. Si può solo imparare a comprenderlo.
Accanto a Talli si costruisce progressivamente un piccolo gruppo di personaggi che, pur rientrando in archetipi ben riconoscibili, riescono a guadagnarsi spazio e affetto. Alan, il cavaliere fedele e protettivo, incarna una figura rassicurante ma mai banale; Pavel e Lélo, più ambigui e sfuggenti, introducono invece una componente di mistero che arricchisce la narrazione e apre continuamente nuove possibilità. Proprio il rapporto tra i membri del gruppo è uno degli elementi più riusciti: tra momenti leggeri, scambi ironici e tensioni sottili, si sviluppa una dinamica credibile, che accompagna e bilancia le sequenze più action.

Dal punto di vista narrativo, l’opera sceglie una costruzione graduale del proprio mondo. Il passato delle Invocatrici, la figura della Dea della Luna, le persecuzioni: tutto emerge poco alla volta, senza appesantire il ritmo. Questo permette alla storia di mantenere sempre viva la curiosità, lasciando che sia il viaggio stesso a farsi veicolo di scoperta.
È un worldbuilding che non ha bisogno di essere eccessivamente complesso per risultare efficace. Funziona perché è funzionale alla storia e ai personaggi, non il contrario.
Anche sul piano visivo, Talli si muove in una direzione molto chiara: un tratto pulito, leggibile, influenzato dal linguaggio manga ma con una sensibilità europea evidente nella costruzione delle tavole e nella cura dei dettagli. Le ambientazioni medievali, le armature, le creature evocate: tutto contribuisce a creare un immaginario coerente e immersivo, senza mai risultare ridondante. Ma forse l’aspetto più interessante dell’opera è proprio il suo rapporto con l’“originalità”. Talli non reinventa il genere fantasy, né sembra volerlo fare. Al contrario, abbraccia consapevolmente elementi già noti — il viaggio, il gruppo, la scoperta dei propri poteri — e li rielabora con sincerità.
Ed è proprio questa sincerità a fare la differenza.
Perché sotto la superficie di un racconto d’avventura si nasconde una riflessione più ampia: sulla paura del diverso, sulle persecuzioni, sulla storia (fin troppo reale) di chi è stato emarginato perché incomprensibile o semplicemente “altro”. Le Invocatrici diventano così uno specchio evidente di dinamiche che appartengono tanto al passato quanto al presente. Dopo i primi volumi, la sensazione è quella di trovarsi davanti a una storia che ha ancora molto da dire, ma che ha già saputo costruire basi solide: un mondo credibile, personaggi vivi e un conflitto centrale forte, tanto esterno quanto interiore.
Talli. Figlia della Luna è, in definitiva, un fantasy che sa essere accessibile senza risultare superficiale, classico senza essere stanco, e soprattutto capace di parlare di identità e accettazione con una delicatezza che colpisce.
E forse è proprio questo il suo punto di forza più grande: ricordarci che ciò che temiamo di più, molto spesso, è semplicemente ciò che non abbiamo ancora imparato a comprendere.
Chi è Sourya?

Sihachakr Sourya, che si firma solo Sourya, è nato in Francia ma cresciuto in Laos, suo paese d’origine, fino ai 15 anni. Appassionato da sempre di disegno, è stato influenzato dal manga durante l’adolescenza, in particolare da maestri come Akira Toriyama, Hayao Miyazaki e Rumiko Takahashi. Tornato in Francia, ha studiato cinema d’animazione, sviluppando il suo stile e il suo senso del racconto per immagini.Il suo primo fumetto è stato Rouge per Ankama, spin-off di Freaks Squeele scritto da Florent Maudoux. Ha poi lavorato per diversi progetti per Doggybags fino al 2018, quando è uscito per Ankama il primo manga di cui è autore completo: Talli, figlia della Luna.
Si ringrazia sentitamente la casa editrice per averci fornito la copia ARC per questa recensione.
