Ci sono opere che riescono a colpirci per quello che raccontano e altre che, prima ancora di cominciare davvero la loro storia, riescono a riportarci indietro nel tempo. Shin Zero appartiene decisamente alla seconda categoria. Basta guardare quelle tute colorate, quei caschi, quelle pose da combattimento e l’idea di un gruppo di ragazzi chiamato a fronteggiare una minaccia apparentemente impossibile per ritrovarsi, almeno per un attimo, davanti alla televisione di qualche decennio fa. Per chi, come il sottoscritto, è cresciuto con i Power Rangers, è difficile non provare una certa nostalgia.
Ma dietro quell’immaginario che noi occidentali abbiamo imparato a conoscere soprattutto attraverso i Power Rangers c’è qualcosa di molto più ampio e profondamente legato alla cultura popolare giapponese: il mondo dei Super Sentai e, con esso, il rapporto quasi indissolubile tra eroi, kaiju, distruzione e difesa della collettività. Quello che dalle nostre parti può apparire semplicemente come un gruppo di ragazzi in costume che combatte mostri giganti è in realtà un immaginario con una storia molto più stratificata, capace di attraversare cinema, televisione e cultura popolare giapponese per decenni.

Ed è proprio su questo terreno che Mathieu Bablet e Guillaume Singelin costruiscono Shin Zero: non una semplice dichiarazione d’amore verso i Power Rangers, ma una rilettura di quel sistema narrativo che prende il rapporto tra kaiju e sentai e lo porta dentro una realtà molto più vicina alla nostra.
Lo fa crescere insieme a noi.
Perché se da bambini potevamo guardare un gruppo di adolescenti indossare un’armatura colorata e pensare che quello fosse il lavoro più bello del mondo, oggi probabilmente ci verrebbe spontaneo porci una domanda molto meno divertente: ma questi ragazzi come pagano l’affitto?
È proprio da questa apparentemente banale considerazione che nasce una delle intuizioni più interessanti di Shin Zero, pubblicato da BAO Publishing. In un mondo in cui i kaiju hanno rappresentato per decenni una minaccia concreta e i super sentai erano gli eroi incaricati di fermarli, cosa succede quando i mostri smettono improvvisamente di comparire?
Gli eroi smettono di essere eroi?
Si adattano e, soprattutto, cercano un altro modo per vivere.
La premessa di Shin Zero è tanto semplice quanto efficace: dopo anni trascorsi a combattere giganteschi mostri, il fenomeno dei super sentai è entrato progressivamente nella normalità. Le vecchie imprese sono ormai storia, la società si è trasformata e persino il concetto stesso di eroismo è stato assorbito dalle logiche del mercato. I sentai diventano così una sorta di servizio a chiamata, una professione come tante altre, con tanto di incarichi, classifiche e recensioni.
Ed è qui che l’idea diventa particolarmente divertente, ma anche sorprendentemente amara.
Perché Shin Zero riesce a prendere uno degli archetipi più riconoscibili dell’intrattenimento per ragazzi e a sottoporlo alle stesse dinamiche che caratterizzano il mondo del lavoro contemporaneo. Quello che una volta era il destino glorioso di un giovane eroe diventa un impiego. E come qualsiasi impiego può essere precario, poco gratificante e necessario semplicemente per arrivare alla fine del mese.
I nostri protagonisti non combattono necessariamente perché vogliono salvare il mondo. Lo fanno perché hanno bisogno di soldi.
Ed è probabilmente questa la cosa che ho trovato più interessante del volume: Shin Zero non distrugge il mito del supereroe, ma lo porta con i piedi per terra. Gli toglie quella patina di eccezionalità che normalmente accompagna questi personaggi e prova a immaginare cosa succederebbe se quelle stesse persone dovessero affrontare, oltre ai mostri, università da pagare, difficoltà economiche, relazioni sentimentali, responsabilità familiari e un futuro tutt’altro che rassicurante.
In altre parole, il vero nemico non è necessariamente il kaiju.

Il gruppo protagonista nasce proprio dall’incontro di cinque ragazzi con motivazioni differenti, ma accomunati dalla necessità di trovare il proprio spazio in una società che non sembra offrire troppe certezze. C’è chi vede nei sentai una possibilità concreta per costruirsi un futuro, chi cerca semplicemente un lavoro, chi lo fa per necessità e chi, invece, sembra essere ancora profondamente legato a quell’idea romantica dell’eroe che da bambino aveva immaginato.
È soprattutto quest’ultimo aspetto a rendere interessante il personaggio di Satoshi.
In lui sembra sopravvivere ancora il bambino che credeva davvero nella possibilità di essere un eroe. È quello che prende più seriamente il proprio ruolo, quello disposto a spingersi oltre, quello che sembra vivere l’esperienza dei sentai con un entusiasmo quasi fuori dal tempo. E proprio per questo è anche il personaggio che più facilmente entra in collisione con la realtà.
La sua ostinazione nel voler trovare un significato più grande dietro ciò che sta facendo diventa infatti uno degli elementi che alimentano la storia e, soprattutto, il mistero che si nasconde dietro la scomparsa dei kaiju.
Perché se per trent’anni non è comparso più nulla, perché dovremmo essere sicuri che sia davvero finita?
È una domanda che comincia lentamente a insinuarsi nella narrazione e che permette a Shin Zero di cambiare progressivamente registro. Quello che inizialmente sembra quasi un racconto di formazione condito da ironia e nostalgia per il mondo dei super sentai lascia spazio a qualcosa di più inquietante. Il passato non sembra essere davvero morto e le vecchie battaglie potrebbero avere ancora delle conseguenze.
Il primo volume funziona proprio perché lascia numerose porte socchiuse. Ci racconta abbastanza per farci comprendere il funzionamento di questo mondo, ma non abbastanza da permetterci di prevedere dove voglia andare a parare. E personalmente il finale mi ha sorpreso proprio per questo motivo: non mi aspettavo che la storia prendesse quella direzione e, una volta arrivato all’ultima pagina, mi sono ritrovato con quella sensazione che una buona prima parte dovrebbe lasciare.
Se la sceneggiatura riesce a costruire un equilibrio interessante tra quotidianità, ironia e mistero, è però il lavoro di Guillaume Singelin a rendere Shin Zero immediatamente riconoscibile anche dal punto di vista visivo.
Il suo tratto è ricco, sporco, dettagliato, a tratti quasi volutamente imperfetto. È uno stile che si adatta perfettamente a questo mondo perché riesce a rappresentare tanto la componente fantascientifica quanto quella più quotidiana. Le città, gli ambienti, gli interni e le strade sono pieni di dettagli, mentre i personaggi mantengono una fisicità molto espressiva che rende particolarmente efficaci primi piani e momenti più introspettivi.
Ma c’è una scelta estetica che ho trovato soprattutto riuscita: il colore.

Shin Zero è costruito prevalentemente attraverso il bianco e nero, ma le tute dei sentai emergono con colori accesi, diventando immediatamente il punto focale della tavola. È una scelta apparentemente semplice, ma narrativamente potentissima.
In mezzo a strade, palazzi, stanze e situazioni quotidiane rappresentate attraverso tonalità spente, le tute colorate ricordano continuamente al lettore che sotto quella superficie realistica esiste ancora il mondo fantastico dei supereroi. È come se il fumetto mostrasse contemporaneamente le due anime dei suoi protagonisti: ragazzi normali, con problemi assolutamente normali, che indossano però qualcosa che appartiene all’immaginario della nostra infanzia.
E forse è proprio questa contrapposizione a racchiudere perfettamente lo spirito dell’opera.
Da una parte c’è il bambino che vede una tuta rossa, blu, gialla o rosa e pensa immediatamente a un eroe. Dall’altra c’è l’adulto che osserva quella stessa tuta e pensa al contratto, allo stipendio, alla precarietà e alla necessità di trovare un altro incarico quando quello precedente è terminato.
Shin Zero vive esattamente in mezzo a queste due prospettive.
Ed è probabilmente per questo che, pur raccontando una storia ambientata in un mondo di kaiju, mecha e super sentai, riesce a risultare sorprendentemente vicino alla realtà. Il concetto della gig economy, del lavoro a chiamata e della trasformazione di qualsiasi competenza in un servizio acquistabile non viene utilizzato soltanto come elemento comico. Diventa il modo attraverso cui Bablet racconta una generazione cresciuta con l’idea che da grandi avrebbe potuto fare qualsiasi cosa e che, una volta diventata grande, si è ritrovata spesso a fare semplicemente ciò che serve per andare avanti.
E in questo senso Shin Zero parla anche di noi.
Parla di quel momento in cui ci accorgiamo che i sogni dell’infanzia non sono necessariamente spariti, ma sono stati sepolti sotto responsabilità, scadenze e necessità quotidiane. I protagonisti possono ancora indossare quelle tute colorate e sentirsi, almeno per qualche ora, parte di qualcosa di straordinario. Ma quando il lavoro finisce devono tornare a casa, pagare le bollette e capire come affrontare il giorno successivo.
È una rilettura dei Power Rangers decisamente più adulta di quanto potessi aspettarmi.
Non perché sia più violenta o più cupa, ma perché si pone una domanda che da bambini non avevamo alcun motivo di farci: cosa succede agli eroi quando crescono?
La risposta degli autori è tanto ironica quanto malinconica: diventano lavoratori.
E forse non è poi così diverso da quello che è successo a noi.
Shin Zero – Volume 1 è quindi un primo capitolo che riesce a unire nostalgia e contemporaneità senza vivere soltanto del proprio omaggio. Ci sono i riferimenti al mondo dei super sentai, ci sono le tute colorate, i kaiju, i combattimenti e tutto quell’immaginario che abbiamo imparato ad amare da bambini, ma sotto la superficie si muove una storia che parla soprattutto di crescita, precarietà e della difficoltà di conservare una parte dei propri sogni quando la realtà comincia a presentare il conto.
E forse è proprio per questo che quei colori risaltano così tanto sulle tavole in bianco e nero. Perché rappresentano qualcosa che non dovrebbe sparire del tutto. La parte di noi che, nonostante tutto, continua a voler credere negli eroi. Adesso resta soltanto da capire cosa succederà quando quel passato tornerà davvero a bussare alla porta.
E, dopo un finale che non mi aspettavo, una cosa è certa: il secondo volume lo voglio leggere.
Chi è Mathieu Bablet?

Mathieu Bablet, classe 1987, è un fumettista francese. Dopo il diploma all’Accademia di Arti Applicate e dell’Immagine di Chambéry, ha realizzato da autore completo La bella morte e Shangri-La, entrambi portati in Italia da Oscar Ink (Mondadori). Nel 2025, in coppia con Guillaume Singelin ai disegni, scrive la serie in tre volumi Shin Zero. Successo internazionale, in Italia è pubblicato da BAO Publishing a partire dal 2026.
Chi è Guillaume Singelin?

Guillaume Singelin, classe 1987, è un illustratore, animatore e fumettista francese. Attivo anche come storyboardista e come character artist nel campo dei videogiochi, è principalmente noto come fumettista. Tra i suoi lavori, spiccano PTSD (di cui è autore completo e che è stato pubblicato in Italia da Edizioni Bd), la collaborazione con DC Comics su serie come Batman: Urban Legends e DC vs. Vampires: All-Out War e la serie The Grocery, scritta da Aurélien Ducoudray e portata in Italia in edizione integrale da BAO Publishing all’interno della collana “Cherry Bomb” curata da Zerocalcare.