Recensione Feeth – Zaolo Peccardo

Quando ho iniziato Feeth, non mi aspettavo un viaggio tanto disturbante quanto intimo. È un horror, sì — ma uno di quelli che si insinuano sotto pelle, che ti costringono a guardarti dentro anche quando vorresti solo distogliere lo sguardo. Jacopo, giovane universitario alle prese con il proprio desiderio e con un corpo che non riconosce più, è un protagonista che non cerca di piacere. Si dibatte tra vergogna e curiosità, tra bisogno di controllo e impulso animale, in un turbine che trasforma ogni passo in un abisso sempre più profondo.

La metamorfosi che lo colpisce — un’entità viva e famelica che nasce letteralmente sotto i suoi piedi — è una delle immagini più potenti del fumetto: fisica, viscerale, ma anche simbolica. È la fame del corpo repressa troppo a lungo, il desiderio che si materializza e divora, la punizione di chi non riesce a essere sincero con se stesso. Come in Jennifer’s Body o in Teeth, l’orrore diventa linguaggio: il corpo parla, urla, e non si può più far finta di non ascoltarlo.

Roma, sullo sfondo, pulsa di rosso. È una città che respira, che osserva e inghiotte, un labirinto di pulsioni dove Jacopo si perde e si ritrova, tra incontri occasionali e corpi anonimi trovati su app di dating. Ed è proprio lì, nel mondo delle chat e dei profili filtrati, che la storia affonda un altro colpo: perché Feeth parla anche di solitudine. Della fame di contatto che si confonde con quella del desiderio. Di quella ricerca disperata di validazione che spesso accompagna chi sta ancora cercando se stesso — e del rischio di perdersi mentre si tenta di definire chi si è.

C’è poi un altro livello, più oscuro e affascinante: quello del mondo fetish. Le dinamiche di potere, la sottomissione, la fascinazione per il corpo come oggetto di piacere e di paura diventano parte integrante del racconto. Il fumetto esplora la tensione tra dolore e desiderio, tra controllo e perdita, tra la carne che brama e quella che punisce. La creatura sotto i piedi di Jacopo sembra incarnare proprio questa dualità: un simbolo di colpa e piacere, di vergogna e liberazione. In questo spazio di contraddizioni, il titolo racconta la scoperta di sé come un processo sporco, sanguinoso, ma necessario — un rito di passaggio attraverso il buio.

Lucio, inizialmente attratto solo fisicamente da Jacopo, si rivela invece un personaggio luminoso e complesso. È attraverso lui che la narrazione trova un fragile equilibrio, una via di empatia dentro un contesto dominato dal sangue e dal desiderio. La sua presenza diventa un punto di riferimento, un ancoraggio affettivo che mette in discussione la paura del contatto, la colpa e la negazione del sé. In mezzo al caos della trasformazione, Lucio rappresenta la possibilità — anche solo accennata — di comprendersi e di essere compresi.

Una delle sfumature più inquietanti e allo stesso tempo realistiche del fumetto riguarda il modo in cui Jacopo si muove tra incontri occasionali e app di dating. In un mondo in cui tutto sembra filtrato, immediato e facilmente consumabile, i sentimenti diventano precari: desiderio, attrazione, intimità — tutto appare temporaneo, spesso ridotto a un’azione fisica svincolata dall’emozione. Le app di incontri, in questo contesto, non sono solo strumenti narrativi, ma simboli potenti della nostra epoca. Mostrano quanto sia facile connettersi e allo stesso tempo restare distanti; quanto il contatto umano possa diventare superficiale, mentre la fame di connessione rimane insoddisfatta. Jacopo, tra corpi e messaggi, riflette questa ambivalenza: cerca contatto e conforto, ma incontra spesso l’istantaneo, il fugace, l’usa e getta dei rapporti digitali.

In un certo senso, il titolo ci invita a pensare a come il mondo digitale stia cambiando il nostro approccio ai sentimenti: rendendoli più fragili, più immediati, più esposti a impulsi che non sempre possiamo controllare. La storia mostra con crudezza e poesia che il desiderio e l’amore non sono sempre lineari, e che capire se stessi significa imparare a navigare tra queste onde impetuose di piacere, colpa e scoperta.

Feeth non è solo un horror: è un grido. Una riflessione brutale sul corpo come prigione e come tempio, sull’identità che si costruisce attraverso il dolore, sul sesso come via di conoscenza e condanna. I disegni, dinamici e spigolosi, amplificano il disagio e la bellezza, con un tratto che esalta tanto l’intimità quanto la violenza. Ogni tavola è un frammento di carne e colpa, un mosaico di emozioni crude che non lascia indifferenti.




Alla fine, quando chiudi l’ultima pagina, ti rimane addosso quella sensazione di essere stato divorato anche tu ; lentamente, con fame e con amore.






Chi è Zaolo Peccardo?

Recensione Feeth - Zaolo Peccardo

Zaolo Peccardo aka Paolo Zeccardo nasce a Roma nel 1982. Si diploma al I° Liceo Artistico di Roma e contemporaneamente frequenta il corso di tecniche Manga tenuto dalla sensei Yoshiko Watanabe. Lavora come fumettista professionista dal 2006. Tra le sue opere, la serie Gravetown (2006 – 2010, Cagliostro e-Press), Malincuore (2014, Mangasenpai), le graphic novel Summer Wine (2013, Teke Editori) e Madville (2012, Blam! Editions), la serie in tre volumi Almost Dead (2016 – 2020, Upper Comics) e il boys love The Heartbeat Crash (2018, Renbooks). Ha vissuto e lavorato in Giappone, dove ha pubblicato The Star Collector (2013, MangaReborn) e dove ha partecipato alla mostra collettiva “Kappan Art: Chikara”, a Tokyo. In uscita a Lucca Comics & Games 2023: Feeth, il suo primo manga di genere EroGuro (2023 – In Your Face Comix), il fantasy malinconico Malincuore Reboot (2023 – Cityland Comix) e Almost Dead Omnibus edition (2023 – Upper Comics). Dal 2016 al 2019 ha insegnato Tecniche e Narrazione Manga presso la sede romana della Scuola Internazionale di Comics. Dal 2019 è docente e direttore artistico del corso in Tecniche e Narrazione Manga presso la scuola Pencil ART di Roma.


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