Ci sono momenti nella Storia nei quali tutto sembra dipendere da una manciata di secondi, da una decisione presa da una sola persona mentre intorno il tempo continua a scorrere e nessuno può sapere cosa accadrà dopo. Petrov. L’uomo che salvò il mondo, graphic novel di Bruno Olivieri pubblicata da Tunué, racconta proprio uno di questi momenti, ma lo fa senza trasformare Stanisláv Petrov in una figura irraggiungibile o in un eroe costruito per la leggenda. Al contrario, sceglie di mostrarcelo prima di tutto come un uomo. Un uomo con un lavoro, una famiglia, delle responsabilità e, soprattutto, con la capacità di fermarsi davanti a qualcosa che avrebbe potuto semplicemente accettare come vero.
È la notte del 26 settembre 1983 e siamo nel pieno della Guerra Fredda. Alla base sovietica di Serpukhov-15 tutto sembra procedere secondo una routine ormai consolidata, fino a quando il sistema di allerta segnala un attacco missilistico proveniente dagli Stati Uniti. Cinque testate nucleari sarebbero dirette verso l’Unione Sovietica. In una situazione del genere non dovrebbe esserci spazio per l’incertezza: esistono protocolli, procedure e ordini da seguire. Il sistema ha rilevato un attacco e Petrov, quella notte, è l’uomo chiamato a decidere cosa fare di quell’informazione.
È proprio in questo istante che la storia smette di essere soltanto una ricostruzione di un episodio della Guerra Fredda e diventa una riflessione sulla responsabilità individuale. Petrov avrebbe potuto fidarsi delle macchine, limitarsi a fare ciò per cui era stato addestrato, seguire il protocollo e comunicare ai propri superiori ciò che il sistema gli stava segnalando. Sarebbe stata, almeno apparentemente, la scelta più semplice. Invece qualcosa non lo convince. Cinque missili non gli sembrano coerenti con quello che dovrebbe essere un vero attacco nucleare e decide di ascoltare quel dubbio che continua a insinuarsi nella sua mente.
Non sa che si tratta di un errore, non può saperlo, ed è forse proprio questo l’aspetto più impressionante della vicenda. Noi conosciamo il finale, sappiamo che Petrov aveva ragione e che quell’allarme era stato provocato da un errore del sistema satellitare sovietico, che aveva interpretato alcuni riflessi della luce solare come il lancio di missili americani. Ma mentre leggiamo quelle pagine siamo costretti, almeno per qualche istante, a dimenticarlo. Siamo dentro quella stanza insieme a lui, davanti agli schermi, con le lancette che continuano a muoversi e con la consapevolezza che una decisione sbagliata potrebbe avere conseguenze impossibili persino da immaginare.

Olivieri costruisce proprio su questa attesa gran parte della forza narrativa del volume. Il tempo diventa quasi un elemento narrativo a sé stante: ogni minuto pesa, ogni silenzio si allunga, ogni sguardo sembra contenere una domanda alla quale nessuno riesce a dare una risposta definitiva. La tensione non nasce dalla spettacolarità dell’azione, perché in fondo non accade quasi nulla di ciò che siamo abituati ad associare a un racconto di guerra. Non ci sono esplosioni, eserciti che avanzano o battaglie da combattere.
C’è un uomo seduto davanti a una macchina che deve decidere se credere a ciò che quella macchina gli sta dicendo. Ed è proprio questa immobilità a rendere tutto ancora più inquietante. Perché a volte la Storia non cambia con un gesto eclatante, ma perché qualcuno decide di non fare qualcosa. Il tratto dell’autore accompagna questa scelta narrativa con uno stile pulito ed essenziale, molto attento agli ambienti e soprattutto ai volti. La base militare diventa uno spazio quasi claustrofobico, fatto di monitor, apparecchiature, luci artificiali e stanze nelle quali sembra mancare qualsiasi elemento capace di riportare davvero alla vita quotidiana.
In mezzo a quella freddezza tecnologica ci sono gli uomini, i loro occhi, le loro espressioni, le mani, le esitazioni. È attraverso questi dettagli che Olivieri riesce a far percepire la pressione che grava su Petrov. Non servono grandi gesti: basta osservare un volto che cerca una risposta. Anche il ritmo delle tavole contribuisce a questa sensazione. Le sequenze più statiche dilatano l’attesa, mentre improvvisi cambi di ritmo accompagnano l’aumento della tensione. La lettura diventa quasi fisica: sappiamo che il tempo sta finendo e, proprio come Petrov, vorremmo avere qualche secondo in più per essere certi di ciò che stiamo facendo.
La vicenda funziona particolarmente bene anche perché Olivieri evita di costruire intorno a Petrov la figura dell’eroe tradizionale. È un aspetto che ho apprezzato molto, perché la tentazione di trasformare una storia simile in una celebrazione quasi mitologica sarebbe stata forte. Il titolo stesso, L’uomo che salvò il mondo, sembra suggerire qualcosa di enorme, quasi sproporzionato rispetto alla persona che abbiamo davanti. E invece Petrov rimane sorprendentemente umano. È un militare, è un padre, è un marito, è un uomo che crede nel proprio Paese e nel proprio lavoro.
Non è un dissidente che decide improvvisamente di ribellarsi al sistema, né qualcuno che passa la propria vita a mettere in discussione le istituzioni alle quali appartiene. La sua forza sta proprio nel fatto che non ha bisogno di rinnegare ciò in cui crede per compiere quella scelta. È semplicemente capace di esercitare il proprio giudizio nel momento in cui farlo diventa indispensabile. E questo rende la sua storia ancora più significativa, perché ci porta davanti a una domanda molto semplice e allo stesso tempo terribile: quanto siamo disposti a fidarci di qualcosa soltanto perché ci viene presentato come infallibile?
La tecnologia avrebbe dovuto eliminare l’errore umano, i protocolli avrebbero dovuto garantire sicurezza, le macchine avrebbero dovuto saper leggere la realtà meglio delle persone. E invece, quella notte, è proprio il dubbio di un essere umano a impedire che un errore tecnologico venga trasformato in una catastrofe. Olivieri non ha bisogno di costruire una lunga riflessione teorica sul rapporto tra uomo e tecnologia: gli basta raccontare quello che è accaduto, lasciando che siano gli eventi stessi a suggerire al lettore le proprie domande.

Ma questo titolo non si ferma alla notte che ha reso il protagonista famoso, ed è probabilmente questa la parte che ho trovato più amara. Dopo una decisione capace, almeno simbolicamente, di salvare il mondo, la vita non si trasforma in una favola. Petrov non diventa immediatamente l’eroe celebrato da tutti. La sua scelta porta con sé conseguenze personali e professionali e il sistema che quella notte aveva contribuito a proteggere non gli restituisce necessariamente riconoscenza.
La macchina militare continua a essere quella macchina che era prima, con le sue gerarchie, le sue regole e la sua burocrazia. E poi arriva il dolore privato, la malattia e la perdita della moglie, che aggiungono alla vicenda una dimensione ancora più intima e ricordano che dietro l’uomo diventato simbolo esisteva una persona con una vita che non aveva nulla di straordinario agli occhi del mondo, ma che per lui rappresentava tutto. È qui che il titolo acquista una sfumatura diversa: Petrov non è soltanto “l’uomo che salvò il mondo”, è anche l’uomo che, dopo quella notte, continuò semplicemente a vivere. Ed è proprio questa normalità a interessarmi più dell’etichetta di eroe. Viviamo spesso circondati da racconti nei quali l’eroismo viene associato alla forza, alla sicurezza e alla capacità di agire senza esitazione.
La storia di Petrov sembra suggerire qualcosa di molto diverso: che talvolta il coraggio possa consistere nel fermarsi, nel dubitare, nel dire “non sono sicuro” quando tutti gli strumenti intorno a noi sembrano dirci che non c’è più nulla da mettere in discussione. Il suo gesto non nasce dalla certezza, ma dal dubbio. Ed è forse proprio questo il motivo per cui continua a essere una storia così potente.
Mentre leggevo mi sono ritrovato inevitabilmente a pensare a quanto sia sottile il confine tra una scelta apparentemente piccola e le conseguenze che può avere. Petrov non aveva la certezza di aver ragione, non possedeva una conoscenza privilegiata del futuro e non sapeva che qualche ora dopo sarebbe stato possibile dimostrare l’errore del sistema. Aveva soltanto un’intuizione, una serie di elementi che non gli tornavano e la lucidità necessaria per non ignorarli.
È questo che rende la vicenda così umana e, allo stesso tempo, così inquietante. Ci ricorda quanto possa essere fragile il mondo quando affidiamo decisioni enormi a sistemi che, per quanto sofisticati, possono sbagliare, ma soprattutto ci ricorda che dietro ogni sistema esistono sempre delle persone e che, in determinati momenti, la responsabilità non può essere completamente delegata.
Bruno Olivieri racconta tutto questo con grande equilibrio, senza cercare di trasformare la vicenda in un manifesto o di utilizzare il protagonista per impartire una lezione al lettore. Lascia invece che sia la storia stessa a parlare. Più si procede nella lettura, più quella notte del 1983 sembra allontanarsi dalla dimensione puramente storica per diventare qualcosa di universale: non importa soltanto ciò che Petrov fece, importa il fatto che, davanti a una scelta dalla quale sembrava non esserci via d’uscita, abbia trovato la forza di pensare.
Petrov. L’uomo che salvò il mondo è quindi una graphic novel storica, ma anche una storia profondamente umana. Parla della Guerra Fredda e della paura di una guerra nucleare, del rapporto tra uomo e tecnologia, del peso delle responsabilità e delle conseguenze che possono seguire una scelta. Ma soprattutto parla del dubbio, quello che spesso consideriamo una debolezza e che invece, quella notte, si trasformò nella più grande forma di lucidità possibile. Quando arrivo all’ultima pagina, più che la sensazione di aver incontrato un eroe mi rimane quella, molto più semplice e forse proprio per questo più forte, di aver conosciuto un uomo. Un uomo che avrebbe potuto limitarsi a eseguire un ordine, che avrebbe potuto fidarsi ciecamente di un sistema e lasciare che fossero altri a decidere. Invece si è fermato, ha pensato e ha scelto.
E forse è proprio questa la cosa che Bruno Olivieri riesce a restituire meglio: dietro una delle decisioni più importanti della Guerra Fredda non c’è una figura leggendaria, ma una persona comune che, in un momento tutt’altro che comune, ha avuto il coraggio di ascoltare il proprio dubbio. Una storia che parte dalla paura di una possibile fine del mondo e che, alla fine, parla soprattutto della responsabilità che abbiamo nei confronti degli altri e della necessità, anche nei momenti più difficili, di non smettere di pensare.
Chi è Bruno Olivieri?
Cagliari (Italy), 1960 Docente di disegno e fumetto umoristico presso la scuola di fumetto Fumé di Cagliari. Ha collaborato e collabora alla pubblicazione di storie a fumetti e illustrazioni, sia come disegnatore che come colorista, con alcune delle più importanti case editrici italiane: Monster Allergy (Walt Disney Italia). Si occupa di illustrazioni di libri per ragazzi, di satira politica e di costume, disegnando per alcune note testate giornalistiche cartacee e online tra le quali La Lettura del Corriere della Sera.
Si ringrazia sentitamente la casa editrice per averci fornito la copia ARC per questa recensione
