Recensione I Solchi del Destino – Paco Roca

Ci sono libri che raccontano la Storia e altri che, invece, riescono a farci comprendere quanto la Storia continui a vivere dentro le persone. I solchi del destino di Paco Roca appartiene senza dubbio alla seconda categoria. È un graphic novel che parla di guerra, di fascismo, di resistenza e di libertà, ma ridurre il suo significato a questo sarebbe quasi ingiusto nei confronti di un’opera che, pagina dopo pagina, sceglie di parlare soprattutto di ciò che rimane quando la guerra è finita. Rimangono le ferite, le assenze, i rimpianti, gli ideali che non hanno trovato compimento e, soprattutto, i ricordi. Ricordi che possono diventare un peso enorme da portare oppure, quando finalmente trovano qualcuno disposto ad ascoltarli, l’unico modo possibile per tornare a sentirsi vivi.

Con questa nuova edizione pubblicata da Tunué, arricchita da contenuti inediti, bozzetti e materiali aggiuntivi, Paco Roca torna su una delle pagine meno conosciute della Seconda guerra mondiale, quella legata alla Nueve, il battaglione composto in larga parte da combattenti spagnoli che, dopo la sconfitta dei repubblicani nella guerra civile, continuarono la propria lotta contro il fascismo all’interno della Resistenza francese e delle forze della Francia libera. Ma il grande merito dell’autore è quello di non trasformare questa vicenda in una celebrazione militare o in un semplice racconto di eroismo. Roca prende una pagina della Storia e la attraversa attraverso lo sguardo di un uomo, Miguel Ruiz, restituendole una dimensione umana che finisce per essere molto più potente di qualsiasi celebrazione.

Miguel è anziano, vive in Francia e sembra aver trascorso gli ultimi anni della propria esistenza cercando esattamente l’opposto di ciò che ci si aspetterebbe da un eroe: essere dimenticato. La sua famiglia conosce soltanto una parte insignificante della persona che è stata. Per la gente è semplicemente un vecchio burbero, un uomo ormai lontano da quella vita che sembra appartenere a un’altra epoca. Nessuno conosce davvero il ragazzo che è stato, le battaglie che ha combattuto, le persone che ha perso e soprattutto le ragioni che lo hanno spinto, quando era giovane, a credere che fosse possibile cambiare il destino del proprio Paese.

Ed è proprio qui che Paco Roca trova la parte più delicata e, personalmente, più emozionante dell’intera opera.

Perché Miguel non è soltanto un uomo che racconta il proprio passato. È un uomo che, attraverso quel racconto, torna lentamente a essere qualcuno agli occhi degli altri.

Il suo incontro con Paco diventa così qualcosa di molto più grande di una semplice intervista. All’inizio Miguel non vuole parlare. Quei ricordi appartengono al passato, sono “cose da vecchi”, qualcosa che secondo lui non interessa più a nessuno. E forse, in fondo, è proprio questa la sua convinzione più profonda: che dopo così tanti anni non ci sia più posto per quello che è stato. Paco, però, insiste. Vuole ascoltare, vuole conoscere e soprattutto vuole impedire che quella memoria scompaia insieme all’uomo che la custodisce.

E mentre Miguel comincia a raccontare, il passato torna lentamente a occupare il presente.

Quello che inizialmente sembra soltanto il recupero di una memoria storica diventa anche il recupero di una memoria familiare. Le persone cominciano ad ascoltare, fanno domande, si interessano a quell’uomo che fino a quel momento avevano guardato soltanto attraverso la superficie della quotidianità. L’anziano smette di essere una figura quasi estranea e torna a essere una persona. Con una storia, dei sogni, delle paure, degli amori e delle sconfitte.

È una dinamica che mi ha colpito particolarmente perché Roca riesce a parlare della memoria senza trasformarla in qualcosa di astratto. La memoria non è soltanto ciò che serve a ricordare una data, una battaglia o il nome di una persona. È un ponte. È qualcosa che permette a chi viene dopo di comprendere chi è venuto prima. È il filo che unisce generazioni che, altrimenti, rischierebbero di guardarsi senza riuscire davvero a vedersi.

E in questo senso I solchi del destino è anche una riflessione molto amara sul nostro rapporto con il passato. Viviamo in un’epoca nella quale abbiamo la possibilità di conservare una quantità sterminata di informazioni, fotografie, video e testimonianze, eppure sembra che la memoria collettiva sia diventata sempre più fragile. Tutto viene consumato rapidamente, sostituito da qualcos’altro e dimenticato con la stessa velocità con cui è comparso. La memoria, invece, ha bisogno di tempo. Ha bisogno di qualcuno che ascolti e di qualcuno disposto a raccontare.

Roca sembra ricordarcelo con una semplicità quasi disarmante: prima che una testimonianza diventi un documento, è una storia raccontata da una persona a un’altra.

E forse è proprio per questo che la vicenda di Miguel riesce a toccare così tanto.

Miguel è partito dalla Spagna dopo la vittoria di Franco, portandosi dietro la sconfitta e la speranza di poter tornare un giorno a casa. Ha attraversato campi di battaglia, prigionia, lavori forzati e una guerra che sembrava rappresentare la prosecuzione naturale di quella combattuta in Spagna. Ha combattuto per la libertà credendo che, una volta sconfitto il fascismo, avrebbe potuto finalmente tornare nella sua terra. Ma la vita, ancora una volta, gli ha dimostrato che i desideri degli uomini non sempre coincidono con il corso della Storia.

La Nueve arriva fino a Parigi, contribuendo alla liberazione della capitale francese. È una pagina straordinaria, eppure per lungo tempo rimasta ai margini della memoria collettiva. Ma il vero dramma di Miguel comincia forse proprio quando la guerra finisce. Perché vincere una guerra non significa necessariamente ottenere ciò per cui si è combattuto.

La Spagna che aveva sognato non torna a essere quella che aveva lasciato. Il tempo è passato, il regime franchista ha continuato a esistere e Miguel si ritrova, in qualche modo, vittima dello stesso ideale che lo aveva spinto a combattere. La libertà per cui ha rischiato tutto rimane un principio, una necessità, qualcosa a cui non può rinunciare, ma non diventa mai la realtà che aveva immaginato.

E poi c’è il dolore privato, quello che non appartiene alla Storia ma che finisce per essere ancora più difficile da raccontare. Una perdita personale segna profondamente il suo percorso e contribuisce a spingerlo verso quella sorta di esilio interiore nel quale rimane per anni. È qui che I solchi del destino assume una sfumatura particolarmente malinconica: Miguel è sopravvissuto, ma sopravvivere non significa necessariamente aver vinto.

Il titolo dell’opera, legato alla poesia di Antonio Machado, diventa allora una bellissima metafora dell’esistenza. I solchi sono le strade percorse, gli errori, le deviazioni, le perdite e tutte quelle circostanze che ci costringono a fermarci davanti a un futuro che non sarà mai esattamente quello che avevamo immaginato. La vita non procede in linea retta. Lascia tracce, scava, modifica il terreno sotto i nostri piedi. E non tutti quei solchi possono essere cancellati.bMiguel ha passato gran parte della propria esistenza cercando probabilmente di convivere con quelli che il destino gli ha lasciato.

Ed è proprio questo che rende I solchi del destino così dolceamaro. Non siamo davanti a una storia nella quale il passato viene risolto, né davanti a una redenzione facile. Alcune perdite rimangono perdite. Alcuni sogni non si realizzano. Alcune persone non tornano. E certe battaglie, per quanto giuste, possono lasciare dietro di sé soltanto una vittoria incompleta.

Eppure raccontare ciò che è stato permette a Miguel di recuperare qualcosa che credeva ormai perduto: il rapporto con gli altri e, forse, con se stesso.

Roca riesce a raccontare tutto questo senza ricorrere a una narrazione volutamente strappalacrime. È una delle caratteristiche che più apprezzo nel suo modo di scrivere. L’autore non ha bisogno di dirci continuamente come dobbiamo sentirci davanti a quello che stiamo leggendo. Lascia che siano i fatti, i dialoghi, i silenzi e le reazioni dei personaggi a fare il lavoro più difficile. Le emozioni arrivano proprio perché non vengono forzate.

Anche graficamente Roca costruisce un dialogo costante tra passato e presente. Le due dimensioni narrative possiedono una propria identità visiva e il contrasto tra le pagine dedicate alla vecchiaia di Miguel e quelle che raccontano la guerra contribuisce a rendere immediatamente percepibile la distanza temporale. Il presente è più contenuto, quasi sospeso; il passato invece prende vita attraverso tavole più dinamiche, colori spenti ma ancora capaci di restituire la violenza e la confusione del conflitto. La gabbia delle vignette si modifica quando la narrazione lo richiede, lasciando spazio alla Storia di respirare e, in alcuni momenti, di travolgere il lettore.

Ma anche qui Roca non cerca mai di spettacolarizzare la guerra. Ed è una scelta fondamentale.

La guerra rimane terribile anche quando la combattiamo dalla parte giusta. Non esiste un eroismo capace di cancellare la paura, la morte e la disumanizzazione che accompagnano un conflitto. Miguel combatte per la libertà, e il suo ideale è nobile, ma Roca non trasforma questo ideale in una giustificazione per rendere la guerra qualcosa di affascinante. Al contrario, mostra quanto sia facile parlare dei conflitti quando li si osserva da lontano e quanto sia diverso viverli quando si è costretti a scegliere tra la propria vita e quella di qualcun altro.

È forse uno dei passaggi più maturi dell’intera opera: non serve raccontare una guerra giusta per trasformare la guerra in qualcosa di giusto. E alla fine, più che la figura del combattente, ciò che rimane è quella dell’uomo. Un uomo che ha creduto, combattuto, amato, perso e continuato a vivere. Un uomo che ha cercato di seppellire il proprio passato perché troppo doloroso, salvo poi scoprire che proprio quel passato, una volta condiviso, poteva restituirgli qualcosa.

Per questo credo che il tema della memoria sia il vero cuore di I solchi del destino. La Nueve e la sua incredibile vicenda sono fondamentali, così come lo è il contesto storico nel quale Miguel si muove, ma Roca sembra volerci dire qualcosa che va oltre quella specifica pagina di Storia. Ci ricorda che dimenticare non significa liberarsi di ciò che è accaduto. A volte significa soltanto permettere che qualcun altro perda la possibilità di comprenderlo.

E forse è proprio questo il regalo più grande che Paco Roca fa a Miguel: non gli restituisce ciò che ha perso, non cambia le sue sconfitte e non riscrive la sua vita. Gli restituisce però un pubblico. Qualcuno disposto ad ascoltare. Qualcuno che finalmente vuole sapere chi fosse quel vecchio apparentemente lontano dal mondo.

E così, attraverso il racconto, Miguel torna lentamente a vivere.

Quando ho chiuso I solchi del destino, più che la sensazione di aver letto una grande storia di guerra mi è rimasta quella, molto più silenziosa, di aver incontrato una persona. Ed è probabilmente questa la ragione per cui il libro mi ha colpito così profondamente. Paco Roca riesce a prendere una vicenda storica quasi dimenticata e a trasformarla in una riflessione universale sul tempo, sulle nostre radici, sulle persone che abbiamo accanto e su tutto ciò che rischiamo di perdere quando smettiamo di ascoltare.

Perché prima o poi anche le generazioni che hanno vissuto quelle tragedie scompariranno. E quando non ci saranno più persone capaci di raccontare, rimarranno soltanto le pagine dei libri.

Sta a noi decidere se continuare a leggerle.


E soprattutto, se continuare a ricordare.




Chi è Paco Roca?

Recensione I Solchi del Destino - Paco Roca

Paco Roca, disegnatore realista che, a metà degli anni Novanta, si è fatto conoscere nel mercato spagnolo come un artista eclettico, capace di raccontare e disegnare diversi tipi di storie con la stessa intensità. Pubblica regolarmente per la rivista spagnola La Cúpula e ha realizzato diversi graphic novel: Gog, Il gioco lugubre, Figli della Alhambra e , con Tunué, Il Faro , Il Bivio, La casa, Le strade di sabbia, L’inverno del disegnatore, Memorie di un uomo in pigiama e, soprattutto, Rughe. Alcuni di questi sono stati tradotti anche in Francia.






Si ringrazia sentitamente la casa editrice per averci fornito la copia ARC per questa recensione

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