Recensione La forma dell’assenza – Simona Binni

Ci sono storie che, mentre le leggi, ti fanno sentire come se stessi osservando qualcosa di profondamente intimo, un incontro al quale non eri stato invitato, ma di cui, pagina dopo pagina, finisci inevitabilmente per sentirti parte. Non sai esattamente quando accade, non riesci a individuare il momento preciso in cui quei personaggi smettono di essere soltanto figure disegnate sulla carta e cominciano a occupare uno spazio dentro di te. Sai soltanto che, a un certo punto, ti ritrovi a camminare accanto a loro, a condividere i loro silenzi, a comprendere le loro fragilità e a desiderare che possano trovare quella serenità che la vita sembra avergli negato. E quando arrivi all’ultima pagina, quando sei costretto a lasciare andare quelle presenze alle quali ti eri affezionato quasi senza rendertene conto, ti rimane addosso un vuoto difficile da spiegare. È esattamente quello che mi è successo leggendo La forma dell’assenza di Simona Binni, un’autrice che seguo da tanto tempo e le cui storie continuano a conquistarmi per quella capacità rara di arrivare in profondità, di toccare corde che spesso preferiamo tenere nascoste e di ricordarmi quanto possa essere prezioso, a volte, lasciarsi semplicemente attraversare da una narrazione.

La storia ci conduce in un piccolo borgo isolato, dove Mario, tecnico delle telecomunicazioni con una grande passione per l’astronomia, viene chiamato a intervenire per risolvere un misterioso blackout. Un incarico che, almeno inizialmente, sembra avere i contorni di un semplice guasto tecnico, ma che finirà per trasformarsi in qualcosa di molto più grande. Dopo essere stato aggredito, Mario viene soccorso da Olga, una giovane donna eccentrica, solitaria e imprevedibile, convinta di nascondere un alieno nel proprio armadio. È un incontro insolito, quasi surreale, tra due persone che sembrano appartenere a universi completamente differenti, eppure destinate a riconoscersi proprio attraverso quelle crepe che la vita ha lasciato dentro di loro.

Da una parte abbiamo Mario, un uomo che porta con sé il peso di un rapporto difficile con sua figlia e di parole che non è riuscito a pronunciare quando avrebbe dovuto; dall’altra Olga, una donna segnata da un dolore profondo, un’assenza che ha modificato il suo modo di stare al mondo e che continua a condizionare il suo rapporto con se stessa e con gli altri. Due esistenze apparentemente lontane, due solitudini che sembrano non avere nulla in comune, ma che lentamente cominciano a trovare una frequenza sulla quale incontrarsi.

Recensione La forma dell'assenza - Simona Binni


Ed è proprio nel modo in cui Simona Binni costruisce questo rapporto che ho trovato una delle qualità più belle dell’opera. Non c’è bisogno di forzare i sentimenti, di accelerare gli avvenimenti o di trasformare ogni incontro in una dichiarazione capace di spiegare tutto. Il legame tra Mario e Olga cresce gradualmente, attraverso piccoli gesti, momenti condivisi, esitazioni, incomprensioni e aperture che arrivano quando le difese iniziano ad abbassarsi. È un’evoluzione che ho amato particolarmente perché mi ha permesso di sentirmi parte di ciò che stavo leggendo. Mi sono ritrovato nella posizione di uno spettatore silenzioso, presente accanto a loro mentre qualcosa cambiava, maturava e acquistava significato, senza poter intervenire, ma con il desiderio sincero di vederli trovare un punto d’incontro. Ho osservato due persone avvicinarsi poco alla volta, imparare a guardarsi oltre le apparenze e scoprire che, qualche volta, non è necessario comprendere completamente il dolore dell’altro per riuscire a stargli accanto. È sufficiente avere il coraggio di non voltarsi dall’altra parte.

Credo che sia proprio questo uno degli aspetti che più mi emozionano nelle storie di Simona: la sua capacità di raccontare persone imperfette, ferite, smarrite, senza ridurle mai alla sofferenza che hanno attraversato. I suoi personaggi non sono soltanto ciò che è accaduto loro, non coincidono con le loro mancanze e non possono essere definiti esclusivamente attraverso le ferite che portano. Sono esseri umani che continuano a cercare una strada, anche quando non sanno più dove andare, che provano a proteggersi dal mondo e finiscono, talvolta, per allontanarsi proprio da ciò di cui avrebbero più bisogno. In Mario e Olga ho ritrovato quella fragilità che appartiene a tutti noi, anche se assumiamo forme diverse, perché non sempre siamo capaci di affrontare ciò che ci fa male. A volte scegliamo il silenzio, altre volte ci nascondiamo dietro le nostre abitudini, le nostre convinzioni o comportamenti che gli altri possono giudicare incomprensibili. Costruiamo distanze, ci convinciamo di poter fare a meno degli altri e impariamo a convivere con vuoti che, in realtà, non abbiamo mai smesso di sentire.


La vicenda di Mario, soprattutto nel rapporto con sua figlia, mi ha portato a riflettere su quanto possa essere doloroso perdere la capacità di comunicare con qualcuno che amiamo. Ci sono silenzi che non nascono dall’assenza di sentimenti, ma proprio dalla difficoltà di affrontarli, dalla paura di riconoscere i propri errori e dall’incapacità di trovare le parole giuste per rimediare. Eppure, con il passare del tempo, quei silenzi finiscono per diventare muri, separazioni che sembrano sempre più difficili da superare. È doloroso pensare a quante cose rimangano sospese tra le persone, a quante occasioni perdiamo aspettando il momento giusto, come se il tempo fosse qualcosa di infinito e le possibilità di recuperare un legame fossero sempre lì, a nostra disposizione. Ma anche Olga porta con sé una sofferenza che merita di essere ascoltata e compresa, una perdita che ha lasciato un vuoto enorme nella sua esistenza. Il suo dolore non è qualcosa che possa essere cancellato con una soluzione semplice, né un ostacolo da superare rapidamente per arrivare a un lieto fine. È una presenza che continua a vivere dentro di lei, che influenza il suo modo di percepirsi e di relazionarsi con il mondo. Ed è proprio attraverso queste due esperienze differenti che la storia riesce a parlare di assenza senza renderla mai un concetto astratto: l’assenza diventa qualcosa di concreto, qualcosa che condiziona le giornate, che modifica i rapporti e che può continuare a occupare spazio anche quando tutto intorno sembra andare avanti.


Recensione La forma dell'assenza - Simona Binni

E poi ci sono le stelle. C’è l’immensità del cosmo, l’ignoto, il desiderio di captare un segnale proveniente da qualche luogo lontanissimo e la speranza che, da qualche parte, possa esistere una risposta alle nostre domande. Ho trovato particolarmente suggestivo questo dialogo tra l’astronomia e la dimensione emotiva della vicenda, perché la ricerca di Mario finisce per assumere un significato che va ben oltre la sua passione. Siamo abituati a immaginare l’universo come qualcosa di smisurato, popolato da mondi che non conosciamo e da possibilità che non riusciamo nemmeno a concepire.

Eppure, mentre cerchiamo di comprendere ciò che si trova a distanze inimmaginabili, quanto poco sappiamo davvero delle persone che abbiamo accanto?


Quante volte desideriamo ricevere un segnale da qualcosa di sconosciuto, mentre non riusciamo a riconoscere quelli che ci arrivano da chi ci vuole bene?

Mi piace pensare che, in fondo, la ricerca di una frequenza comune tra Mario e Olga sia anche questo: il tentativo di attraversare il rumore, di superare le interferenze del passato e di ascoltare finalmente qualcosa che per troppo tempo è rimasto inascoltato. Perché non sempre abbiamo bisogno di risposte definitive. Qualche volta abbiamo soltanto bisogno di sapere che, dall’altra parte, qualcuno è disposto ad ascoltarci.


Anche il titolo, La forma dell’assenza, mi sembra racchiudere una delle riflessioni più delicate dell’intera opera. L’assenza, infatti, non è necessariamente qualcosa che possiamo vedere, eppure può diventare una presenza ingombrante, capace di modificare la forma della nostra quotidianità. Prende il volto di una persona che non c’è più, di una relazione interrotta, di un affetto che non riusciamo a raggiungere o di una parte di noi che abbiamo smesso di riconoscere. E forse la cosa più difficile è imparare a convivere con tutto questo senza permettere al dolore di occupare ogni spazio disponibile. Non significa dimenticare, né fingere che ciò che è accaduto non abbia lasciato conseguenze. Significa trovare, lentamente, un modo diverso di abitare la propria esistenza, accettando che alcune ferite continueranno a far parte della nostra storia, ma che non devono necessariamente impedirci di scriverne altre pagine. Mario e Olga non hanno bisogno di diventare persone completamente diverse per potersi incontrare. Hanno bisogno di concedersi la possibilità di essere visti per ciò che sono, anche nelle loro contraddizioni, nelle loro paure e in tutto ciò che ancora non riescono a raccontare.

Leggendo quest’opera, mi sono ritrovato ancora una volta a riflettere su quanto siano importanti le connessioni umane, soprattutto in un tempo in cui siamo continuamente raggiungibili e, paradossalmente, non sempre capaci di sentirci davvero vicini. Possiamo comunicare in ogni momento, inviare messaggi, attraversare distanze in pochi secondi, eppure rimane difficilissimo trovare il coraggio di dire quello che proviamo. Forse perché comunicare non significa soltanto trasmettere informazioni, ma esporsi, accettare la possibilità di essere fraintesi e permettere a qualcun altro di vedere anche le parti di noi che preferiremmo nascondere. Il percorso di Mario e Olga mi ha ricordato che nessuno può guarire completamente al posto nostro, ma che un incontro autentico può aiutarci a guardare il dolore da una prospettiva diversa. A volte non serve qualcuno che abbia tutte le risposte, ma qualcuno disposto a rimanere anche quando non sappiamo cosa dire.

Recensione La forma dell'assenza - Simona Binni

E arriviamo così a quello che, per me, è stato l’aspetto più intenso della lettura: il modo in cui questo legame è riuscito a coinvolgermi fino a lasciarmi, una volta terminato il volume, con un vuoto enorme. Non è soltanto la malinconia che accompagna la fine di una bella storia, né semplicemente il dispiacere di dover salutare due personaggi ai quali mi ero affezionato. È qualcosa di più difficile da spiegare, la sensazione di aver assistito a un incontro che, per il tempo della lettura, ha avuto un significato anche nella mia vita.


Ho seguito Mario e Olga mentre imparavano ad avvicinarsi, mentre il loro rapporto cambiava e maturava, e mi sono ritrovato a desiderare di poter rimanere ancora un po’ in quella dimensione, di poter continuare a osservare le loro esistenze e capire che cosa sarebbe accaduto dopo. Quando una storia riesce a suscitare questo genere di reazione, significa che ha saputo creare qualcosa che va oltre la successione degli eventi. Ha costruito un legame emotivo con chi legge, lasciandogli qualcosa che non si esaurisce con l’ultima pagina. E quel vuoto, per quanto doloroso, diventa anche la testimonianza più sincera di quanto si sia stati coinvolti.

È questo che continuo ad amare del lavoro di Simona Binni: la sensibilità con cui affronta temi complessi, la delicatezza con cui accompagna i suoi personaggi e la capacità di parlare delle nostre fragilità senza trasformarle in qualcosa di distante o incomprensibile. Le sue storie mi ricordano quanto sia importante fermarsi ad ascoltare, guardare oltre ciò che appare e riconoscere che dietro ogni comportamento, dietro ogni silenzio e dietro ogni stranezza potrebbe esserci una storia che non conosciamo. Una storia che merita tempo, attenzione e, soprattutto, la possibilità di essere compresa.

La forma dell’assenza è una lettura che mi ha trasportato lentamente dentro il mondo di Mario e Olga, facendomi sentire parte del loro incontro e lasciandomi, alla fine, con quella malinconia che accompagna le storie capaci di arrivare davvero al cuore. Perché forse siamo tutti un po’ come loro: cerchiamo segnali, rincorriamo risposte, proviamo a colmare distanze che a volte sembrano incolmabili e speriamo di trovare qualcuno con cui sentirci meno soli. E magari, mentre guardiamo verso l’immensità del cielo in cerca di qualcosa che ci faccia sentire meno piccoli, dimentichiamo che una delle scoperte più importanti può avvenire proprio qui, sulla Terra, nell’incontro con un’altra persona.


Sotto lo stesso cielo, tra tutte le distanze che ci separano e tutti i silenzi che ci portiamo dentro, forse la cosa più straordinaria non è riuscire a raggiungere le stelle, ma trovare qualcuno con cui condividere il nostro stesso universo.





Chi è Simona Binni?

Simona Binni, laureata in Psicologia dell’età evolutiva, si diploma alla Scuola romana di fumetti. Lavora come storyboard artist nella pubblicità, per il cloud di Telecom Italia. Dal 2013 collabora con il Giffoni film festival e con Roma film academy. Nella collana Tipitondi di Tunué ha pubblicato Amina e il vulcano, vincitore al Romics 2015 del premio come “miglior esoridente”, Dammi la mano. Nel 2016 esce, nella collanaProspero’s Books, Silverwood Lake e nel 2017 La memoria delle tartarughe marine. Sempre per Tunué cura come editor la collana Ariel.



Si ringrazia sentitamente la casa editrice per averci fornito la copia ARC per questa recensione

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