
Quando ci si avvicina a un’opera come Via col vento di Margaret Mitchell, si entra inevitabilmente in contatto con qualcosa che va oltre la semplice narrazione: è un immaginario collettivo, una memoria culturale stratificata, un mito che ha attraversato generazioni. Per questo motivo affrontare il secondo volume dell’adattamento a fumetti realizzato da Pierre Alary e pubblicato in Italia da ReNoir Comics significa anche confrontarsi con il peso di un’eredità ingombrante, quella del romanzo e soprattutto del celebre film del 1939, Via col vento, che ha scolpito nell’immaginario i volti e i gesti dei personaggi, primo fra tutti quello incarnato da Clark Gable (clicca qui per recuperare la recensione del primo volume)
Eppure, ciò che mi ha colpito maggiormente leggendo questo secondo e conclusivo volume è proprio la capacità dell’autore di liberarsi da quell’ombra iconica, tornando alla materia viva del romanzo e restituendola con una sensibilità personale, intensa e sorprendentemente contemporanea.
La storia riprende nell’Atlanta del 1866, una Atlanta ferita, devastata dalla guerra civile, dove nulla è più come prima. È qui che incontriamo una Rossella O’Hara profondamente cambiata: non più la ragazza capricciosa e viziata dei balli e dei ricevimenti, ma una donna che ha conosciuto la fame, la paura e la perdita. La sua evoluzione è forse uno degli elementi più potenti dell’intera opera. Rossella diventa pragmatica, spietata quando necessario, disposta a tutto pur di non tornare mai più alla miseria. E mentre la società intorno a lei pretende ancora che una donna resti entro confini precisi, lei li infrange uno dopo l’altro, pagando però un prezzo emotivo altissimo.

Accanto a lei emerge con forza crescente Rhett Butler, figura ambigua e affascinante, forse il personaggio più moderno dell’intera storia. Cinico, ironico, apparentemente disilluso, Rhett è anche l’unico che vede Rossella per ciò che è davvero. Il loro rapporto diventa il cuore emotivo di questo secondo volume: un legame fatto di attrazione, orgoglio, incomprensioni e occasioni mancate. Due personalità troppo simili, troppo ferite, troppo incapaci di abbassare le difese nel momento giusto. Il risultato è una tensione costante che accompagna la lettura fino a un finale inevitabilmente amaro.
Attorno a loro orbitano figure che acquisiscono maggiore profondità: Ashley Wilkes, simbolo di un mondo perduto che non può più esistere, e Melania Hamilton, apparentemente fragile ma in realtà dotata di una forza morale incrollabile. In questo contrasto tra illusioni romantiche e realtà storica si gioca gran parte della tragedia emotiva del racconto.
Dal punto di vista grafico, il lavoro di Alary continua a sorprendermi. Il suo segno, volutamente non realistico e quasi cartoonesco, diventa uno strumento potentissimo per amplificare le emozioni. Le espressioni dei volti, i movimenti dei corpi, la gestualità teatrale ma mai caricaturale permettono di entrare nella psicologia dei personaggi con immediatezza. La scelta cromatica, dominata da toni caldi, polverosi, ocra e rossastri, restituisce perfettamente la sensazione di un Sud bruciato, esausto, in ricostruzione. Non c’è più la luminosità dei sogni giovanili: tutto appare più arido, più concreto, più duro. Ed è esattamente ciò che sono diventati i protagonisti.

Uno degli aspetti più interessanti dell’adattamento è la maggiore fedeltà al romanzo rispetto al film, soprattutto nell’affrontare elementi storici complessi e problematici: le tensioni sociali del dopoguerra, la questione razziale, la violenza del Ku Klux Klan, il difficile passaggio da un’economia schiavista a una società diversa. Sono temi che oggi leggiamo con inevitabile distanza critica, ma che fanno parte dell’identità dell’opera originale e che qui vengono integrati senza edulcorazioni.
Personalmente, ciò che mi ha lasciato di più alla fine della lettura è una sensazione di malinconia profonda. Questo secondo volume non racconta soltanto la maturazione di Rossella: racconta anche la sua perdita. La perdita dell’innocenza, dell’amore idealizzato, del tempo che non torna. Rossella conquista indipendenza, ricchezza, autonomia, ma nel farlo smarrisce qualcosa di essenziale — e forse se stessa.
È proprio questa ambiguità emotiva a rendere la storia così potente ancora oggi. Non esistono veri vincitori, solo sopravvissuti.
Mi sono trovato davanti a un adattamento che non solo rende giustizia a un classico monumentale, ma riesce anche a trovare una propria voce narrativa e visiva. Un’opera capace di emozionare, far riflettere e, soprattutto, ricordare quanto l’amore e l’orgoglio possano essere allo stesso tempo la nostra forza più grande e la nostra condanna più dolorosa.
Frankly, my dear, I don’t give a damn
Chi è Pierre Alary?

Pierre Alary è nato il 1 maggio 1970. Nel 1991 è entrato alla prestigiosa scuola di grafica Gobelins a Parigi, dove ha studiato soprattutto animazione. Non appena laureato è stato assunto dagli studi Disney di Montreuil, dove ha passato dieci anni a lavorare come animatore a film come Tarzan, Le follie dell’Imperatore e Il gobbo di Notre Dame, oltre a vari cortometraggi, prima di dedicarsi principalmente al fumetto. Nel 2001, ha creato la serie Les Échaudeurs des Ténèbres; ha scritto il primo libro insieme a Bertrand Mandico, mentre il secondo e ultimo capitolo è stato scritto da Rodolphe nel 2003. Tra il 2004 e il 2007 ha pubblicato la serie Belladone, con sceneggiature di Ange, seguita dalla serie fantasy SinBad con Audrey Alwett e Scotch Arleston per Soleil (2008-2010) e dalla versione a fumetti di Moby Dick, insieme a Olivier Jouvray. Nel 2013 ha creato la serie Silas Corey con Fabien Nury Le ultime opere – il dittico Mon traître e Retour à Killybegs, tratto dai romanzi gialli di ambientazione irlandese di Sorj Chalandon – sono uscite per Editions Rue de Sevres, così come Via col vento, uno dei suoi progetti più personali e riusciti.
Si ringrazia sentitamente la casa editrice per averci fornito la copia ARC per questa recensione.