Recensione Dirt. Last Show – Giulio Rincione

Recensione Dirt. Last Show– Giulio Rincione

Ci sono opere che crescono insieme a te, che non si limitano a intrattenerti ma ti costringono a fermarti, respirare e guardarti dentro. Opere che maturano volume dopo volume, come se il loro autore stesse attraversando lo stesso identico percorso emotivo del lettore. Per me Dirt è esattamente questo: un viaggio sporco, disturbante, graffiato, ma incredibilmente umano. Quando ho aperto The Last Show, terzo capitolo della quadrilogia di Giulio Rincione, sapevo che avrei trovato un seguito forte, ma non immaginavo di trovarmi davanti a un’opera che non si limita a proseguire il discorso iniziato con i primi due volumi: lo ingloba, lo supera e lo rilancia con una consapevolezza completamente nuova.

Dirt è un cartone animato nato negli anni ’50, una mascotte fuori posto, un residuo pop di un’epoca che non esiste più, sbalzato in un mondo cinico, distorto e perverso. È sboccato, sessista, narcisista, corrosivo fino all’osso. E ora è pure un condannato a morte. Dopo aver sfidato il potere e tutto l’apparato tossico di Skeentopolis, dopo aver sputato in faccia alla macchina dei sorrisi finti e degli algoritmi predatori, si ritrova dietro le sbarre, destinato a un ultimo spettacolo: una farsa letale, l’ennesimo “contenuto” da consumare, scrollare e dimenticare. Ma la grande forza di questa serie è proprio qui: quell’“ultimo show” parla di noi. Del modo in cui divoriamo l’intrattenimento senza guardarlo davvero. Della creatività ridotta a prodotto industriale. Della cultura compressa dentro formati brevi e innocui. Della nostra attenzione liquida, evaporata nel rumore di fondo.

Questo terzo capitolo è figlio di un mondo cambiato, ed è impossibile non percepirlo. È figlio del post-pandemia, di tutto ciò che ha incrinato dentro di noi: identità, rapporti, percezione della realtà, fiducia in ciò che consumiamo. Rincione racconta tutto questo senza filtri, con una lucidità feroce e un’ironia crudele che fa da specchio alla nostra incapacità di fermarci, di riflettere, di osservare. Dirt che rompe la quarta parete e ti chiede “Che ne pensi?” è più di un espediente narrativo: è un’accusa. È il punto esatto in cui la storia smette di essere solo una storia e diventa un commento sociale impietoso.

E poi c’è la narrazione vera e propria, che in questo terzo volume esplode. Rispetto ai primi due, The Last Show alza la posta in tutto: più azione, più tensione, più cliffhanger, un ritmo serrato che ti tiene incollato dalla prima all’ultima pagina. L’atmosfera diventa più cupa, più tagliente, più disperata. E nel cuore di questa escalation c’è una figura che spiazza: la bambina. Uno sguardo puro, diretto, che diventa specchio di un mondo che non capisce più se stesso. È attraverso lei — più che attraverso Dirt — che il lettore sente il peso dell’umanità che resta, fragile e ostinata.

Ma il vero terremoto è visivo. Tra il secondo e il terzo volume c’è uno stacco artistico clamoroso. Rincione non sta solo disegnando: sta facendo anatomia emotiva. Le palette si fanno più mature, più espressive, capaci di modellare l’umore della scena con una precisione chirurgica. I rossi bruciano, i blu feriscono, i gialli accecano. Ogni tavola è un campo di battaglia psicologico, un susseguirsi di scelte compositive che comunicano tanto quanto — se non più — dei dialoghi. Il paneling è di una libertà folle e controllatissima allo stesso tempo, e ci sono momenti in cui le vignette sembrano respirare, tremare, urlare. E poi c’è la tavola finale, che ovviamente non descriverò, ma che posso definire senza esagerazioni una delle più potenti che abbia visto negli ultimi anni nel fumetto italiano. Arrivi lì e capisci che Rincione sta crescendo insieme alla sua opera, e che il finale della quadrilogia sarà qualcosa che non siamo pronti a contenere.

Dirt non è un fumetto da spoilerare, né da ridurre a una trama. È un’esperienza. È un antifavola sporca che parla del nostro presente con una sincerità che fa male. È una critica alla cultura dell’intrattenimento-immediato, all’arte soffocata dal profitto, alla creatività sacrificata sull’altare dell’algoritmo. Ma è anche un gesto di resistenza artistica, un pugno sul tavolo, un “ancora no” gridato con la forza di chi ama veramente il medium fumetto.

Chi ha amato i primi due volumi qui troverà tutto amplificato: più emozione, più inquietudine, più disperazione, piùpoesia nera. Chi non ha ancora iniziato la serie ha davanti uno dei progetti più importanti del fumetto contemporaneo italiano. Una storia che osa, rischia, si sporca, sbaglia, colpisce — ma soprattutto comunica. E io, che seguo Dirt dall’inizio, posso dirlo senza esitazioni: The Last Show non è solo il terzo capitolo. È la miccia che accende l’esplosivo. E lascia addosso una fame selvaggia per il finale.

Aspettare il quarto volume sarà una tortura.


Ma una tortura meravigliosa.






Chi è Giulio Rincione?

Recensione Dirt. Last Show– Giulio Rincione

Giulio Rincione Giulio Rincione è un fumettista e illustratore palermitano, diplomato nel 2012 alla Scuola del Fumetto di Palermo. Ha lavorato come colorista per Rizzoli e collabora con Shockdom sia come disegnatore (Noumeno) che come autore (Paranoiae, Paperi, Vite di Carta). Lavora inoltre con Sergio Bonelli Editore su testate come Dylan Dog, Orfani e 4Hoods, e con Edizioni Inkiostro come copertinista di Torture Garden. Dal 2017 è docente presso la Scuola Internazionale di Comics di Napoli.







Si ringrazia sentitamente la casa editrice per averci fornito la copia ARC per questa recensione


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