Recensione L’ora del caffè – Tetsuya Toyoda

Ci sono libri che hanno bisogno di essere letti con calma, senza aspettarsi necessariamente che ogni storia arrivi dove pensiamo debba arrivare. L’ora del caffè di Tetsuya Toyoda, pubblicato in Italia da BAO Publishing nella collana Aiken, è uno di quei volumi che mi ha lasciato una sensazione particolare, perché racconta qualcosa di apparentemente semplice attraverso diciassette storie brevi, personaggi molto diversi tra loro e situazioni che possono essere ironiche, surreali, malinconiche o semplicemente quotidiane. E proprio questa sua natura così particolare, forse anche un po’ sfuggente, è uno degli aspetti che più mi ha conquistato.

Non è un manga che segue una storia unica e lineare, né vuole necessariamente accompagnare il lettore verso un grande punto di arrivo. Toyoda costruisce piuttosto un piccolo universo nel quale le persone entrano, escono, si incontrano, si sfiorano e talvolta ritornano. Alcuni personaggi ricompaiono, alcuni luoghi diventano familiari e, lentamente, ci si rende conto che dietro quella struttura apparentemente frammentaria esiste una rete di collegamenti che tiene insieme il volume. Tra le figure che ritornano troviamo Antonio Morelli, improbabile regista italiano che sembra avere un talento particolare per le bugie e le situazioni assurde, e Yamasaki, investigatore privato decisamente più burbero, ma altrettanto interessante. Attorno a loro ruotano persone completamente diverse, ognuna con una storia, un problema, un desiderio o semplicemente qualche momento della propria giornata da attraversare.

E forse è proprio questo che mi è piaciuto di L’ora del caffè: non cerca di raccontare “la” vita, ma tante piccole vite. Alcune ci vengono mostrate soltanto per poche pagine e poi scompaiono, senza che sappiamo davvero cosa accadrà loro dopo. All’inizio può sembrare quasi una scelta incompleta, perché siamo abituati a pensare che una storia debba necessariamente darci una risposta, chiudere ogni porta e accompagnare i personaggi fino alla fine del loro percorso. Toyoda invece sembra dirci l’esatto contrario: nella vita reale incontriamo continuamente persone di cui conosciamo soltanto un frammento. Parliamo con qualcuno, condividiamo un momento, magari un caffè, scopriamo qualcosa della sua esistenza e poi quella persona torna semplicemente ad essere parte del mondo, lontano da noi. Non sappiamo come continuerà la sua storia. E forse non dobbiamo saperlo.

Recensione L'ora del caffè - Tetsuya Toyoda

Il caffè diventa così il filo che attraversa tutto il volume, ma personalmente non l’ho percepito come un elemento che dovesse necessariamente dominare ogni racconto. Mi è piaciuto di più considerarlo come uno spazio di sospensione. Davanti a una tazza le persone parlano, aspettano, ricordano, mentono, prendono decisioni, cercano qualcuno oppure semplicemente si fermano per qualche minuto. È un gesto quotidiano che permette a Toyoda di mettere i suoi personaggi in una condizione quasi privilegiata: per un breve momento non devono necessariamente correre, lavorare, risolvere qualcosa o andare da qualche parte. Possono semplicemente stare lì. E mentre stanno lì, noi possiamo osservarli.

Questa dimensione mi ha colpito anche per la distanza culturale che inevitabilmente esiste tra il modo in cui viviamo il caffè in Italia e quello rappresentato da Toyoda. È un’abitudine che conosciamo benissimo, ma che può assumere significati diversi a seconda del luogo e delle persone. Eppure il concetto di una pausa condivisa, di un momento sottratto alla frenesia quotidiana, rimane immediatamente comprensibile. Il caffè diventa quasi un linguaggio comune: non importa chi sei, da dove vieni o quale problema ti sei portato dietro entrando in quel locale. Per qualche minuto puoi sederti davanti a qualcuno e lasciare che una conversazione, uno sguardo o anche un silenzio facciano il resto.

Le diciassette storie cambiano molto tra loro. Alcune sono più leggere e ironiche, altre assumono sfumature malinconiche, altre ancora sembrano quasi uscire dalla realtà per entrare in una dimensione surreale. Ci sono persone eccentriche, situazioni improbabili, piccoli drammi e momenti nei quali il quotidiano improvvisamente prende una piega diversa. Non tutti i racconti hanno lo stesso impatto e credo sia inevitabile quando si lavora con una raccolta così eterogenea. Alcuni episodi mi hanno coinvolto più di altri, alcuni li ho sentiti più vicini, mentre altri mi hanno lasciato semplicemente la curiosità di capire dove Toyoda volesse portarci.

Ma non considero questa varietà un difetto. Anzi, penso sia parte del fascino del volume. L’ora del caffè è un libro che permette di passare da una storia all’altra senza sapere esattamente cosa troveremo nella pagina successiva. E forse è proprio questa imprevedibilità ad avermi fatto apprezzare così tanto la lettura.

Tra i racconti che mi sono rimasti maggiormente impressi ci sono Giraffe, Surf d’inverno e Any Day Now, ma quello che mi interessa maggiormente non è tanto stabilire quale storia sia più riuscita delle altre, quanto la sensazione complessiva che il volume riesce a costruire. È come entrare in un locale, sedersi a un tavolino e ascoltare per qualche ora le conversazioni delle persone intorno a noi. Alcune ci faranno sorridere, altre ci lasceranno un po’ di malinconia, altre ancora magari non ci diranno nulla. Ma tutte, in qualche modo, appartengono a quel piccolo teatro quotidiano che è la vita.

Recensione L'ora del caffè - Tetsuya Toyoda

E poi c’è il disegno di Toyoda, che secondo me merita un discorso particolare. Il suo tratto realistico, preciso e ricchissimo di dettagli riesce a dare grande concretezza anche alle situazioni più assurde. Gli ambienti sono vivi, i volti hanno espressioni credibili e soprattutto le inquadrature hanno una qualità quasi cinematografica. Toyoda sa osservare. Sa decidere quando avvicinarsi a un volto, quando allargare l’inquadratura, quando lasciare che sia un dettaglio dell’ambiente a raccontare qualcosa. In alcuni momenti ho avuto davvero la sensazione di non stare semplicemente leggendo una tavola, ma di assistere a una scena.

Ed è proprio attraverso le immagini che, secondo me, emergono alcune delle emozioni più interessanti del volume. Non servono necessariamente grandi dichiarazioni o spiegazioni per raccontare solitudine, imbarazzo, affetto, fallimento, desiderio o bisogno di essere ascoltati. A volte basta uno sguardo, una persona seduta da sola, qualcuno che aspetta, un gesto apparentemente insignificante. Toyoda sembra avere una particolare sensibilità per quei momenti nei quali le persone dicono molto senza dire quasi nulla.

Forse è anche per questo che non mi sono trovato completamente d’accordo con l’idea che la brevità delle storie rappresenti necessariamente un limite. Certo, alcune avrebbero potuto svilupparsi maggiormente e in certi casi viene spontaneo desiderare qualche pagina in più. Ma penso che togliere a questi racconti proprio quella sensazione di frammento avrebbe significato cambiare la natura stessa del libro. Quello che ci viene offerto non sono necessariamente storie complete nella loro interezza: sono finestre aperte per qualche minuto sulle vite di altre persone.

E quelle finestre, prima o poi, si richiudono.

È una scelta che può lasciare qualcuno distante, soprattutto se si cerca una struttura narrativa più tradizionale, ma personalmente l’ho trovata sorprendentemente affascinante. Perché mi ha ricordato quanto sia strano il modo in cui le persone attraversano la nostra vita. Alcune rimangono per anni, altre soltanto per un pomeriggio, una conversazione, una pausa davanti a un caffè. Eppure anche un incontro brevissimo può lasciarci qualcosa, anche quando non ce ne rendiamo conto immediatamente.

L’ora del caffè è quindi un titolo particolare, e probabilmente proprio per questo mi è piaciuto così tanto. È un manga fatto di persone molto diverse, di storie che non cercano tutte la stessa cosa e di emozioni che cambiano continuamente registro. Non sempre vuole spiegare, non sempre vuole chiudere e non sempre cerca di dare una risposta. A volte si limita a osservare.

E forse è proprio questa la cosa che mi porto dietro dalla lettura: la sensazione di aver passato qualche ora ad affacciarmi sulle vite di persone che non conoscerò mai davvero. Ho sorriso con alcune, mi sono incuriosito davanti ad altre, in certi momenti ho percepito una malinconia più profonda e in altri semplicemente mi sono lasciato trasportare dall’assurdità della situazione.

Alla fine, più che un manga sul caffè, L’ora del caffè mi è sembrato un manga sulle persone e sul tempo che concediamo loro. Sul modo in cui possiamo incontrarci per caso, condividere un momento e poi tornare ognuno alla propria vita. Ed è proprio questa sua capacità di raccontare tante esistenze differenti, senza pretendere di racchiuderle completamente, che mi ha fatto apprezzare il volume.

Non so se tutte le storie mi resteranno impresse allo stesso modo. Ma forse non è nemmeno necessario. Alcune persone le ricordiamo per tutta la vita, altre soltanto per il tempo di un caffè.


Chi è Tetsuya Toyoda?

Tetsuya Toyoda (1967, originario della prefettura di Ibaraki) è stato profondamente influenzato dall’opera di Taniguchi Jirō; ha debuttato nel 2003 vincendo il Grand Prize all’Afternoon Shiki Prize Summer Contest e le sue opere successive più amate dal grande pubblico (Undercurrent, L’ora del caffè) l’hanno portato nel 2020 a essere selezionato per illustrare la copertina di una raccolta di racconti di Haruki Murakami.

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